Ne avevo sentito parlare così tanto sui giornali e siti musicali (la presunta Bibbia musicale Pitchfork aveva pure messo un ottimo 8.4 al loro album), sui blog di musica indie, che alla fine mi sono deciso, cercandomi di liberare da tutta una serie di perplessità inizialo, ad ascoltare l'omonimo disco d'esordio della giovane band newyorkese The Pains of Being Pure At Heart.
E mi sento subito di dire che questo di album di dieci canzoni per un totale di 34 minuti è la solita truffa venduta come grande disco.
E c’è sangue in terra / ci sta odio tra la folla / ci sta un grido / boia chi molla / E c’è sangue in terra / c’è un ragazzo sulla soglia / ci sta un grido / boia chi molla (Il 78).
Sarà forse perché l'estate è la stagione che con le sue bordate di caldo torrido mi riconcilia col mio corpo, sarà forse perché non vedo il mare da tempo immemore, sarà forse perchè al mare ho trascorso giorni di indimenticabile serenità familiare, sarà forse perchè il mare mi ha salvato la vita, sarà forse perché durante le lunghe ore di autostrada la radio era sempre accesa su cassette di musica anni '60 italiana e anglosassone con canzoni da cantare senza nemmeno conoscerne le parole, sarà forse perché le strade deserte di una città in pieno agosto conducono ad una strana malinconia che mi fa continuamente pensare al passato, che mi rende più disposto a concedermi delle pause di svago, condite da semplicità senza troppi fronzoli intellettuali indispensabi
Georg Friedrich Haendel, Ferruccio Busoni, Bruno Walter ed Arturo Toscanini. Quattro giganti della musica: i quattro protagonisti di questo breve libro che, prima d’ogni cosa, racconta la passione sconfinata che Zweig nutriva per la l’arte musicale. Lo scrittore, infatti, fu amico di vari ed importanti musicisti e proprio ad alcuni di loro dedica questi brevi e sentiti ritratti.
Romanzo fantasatirico di un'esordiente tedesca, Eva Baronsky, classe 1968, “Il signor Mozart si è svegliato” (Elliot, 2010) è un divertissement giocato sulla falsariga d'un espediente classico della letteratura tedesca: quello della favola di Peter Klaus, pastore che s'addormenta e si risveglia vent'anni più tardi in un mondo che stenta a riconoscere. È una favola presente, con ovvie varianti, in molte letterature; è tornata a scintillare di vitalità, in Occidente, post “Rip van Winkle” di Washington Irving. Era il 1819.
Come bambino credo la verità del cuore / come bambino godo soffro l’amore / tendo la fionda ai lampioni che s’oppongono alla luna / miro i prepotenti e i coglioni / tiro alle ombre che intralciano la fortuna.
Una scrittura scarna e essenziale, pochi riferimenti spazio-temporali, un'atmosfera rarefatta, angosciante, claustrofobica. Nathalie, una cucina, la prima colazione. E Mick. Mick Jagger. Atteso, sognato, desiderato. Il desiderio di Nathalie di fare colazione con il suo amore da poster, quel cantante maledetto che ama il sesso orale praticato dalle hostess e che ha dato voce ad alcuni dei maggiori successi musicali di tutti i tempi.
"Semper Biot" è un disco di una bellezza tribale, distruttiva, un pugno in faccia che ti sbatte a terra e ti prende a calci fin dalla prima nota. Un disco "a nudo" di un uomo, Edda - Stefano Rampoldi, la ex-voce dei Ritmo Tribale, gruppo fondamentale del rock italiano, che è tornato dopo anni di vagabondaggi, tossicodipendenza, abbandoni, con un lavoro da muratore e sbaraglia tutta la concorrenza, i manierismi, le mode, gli stili, le sovraproduzioni, la delicatezza, il bisogno di vendere una copia in più.
Tornano i suoni magici e limpidi d’Islanda, torna la voce inconfondibile di Jónsi, questa volta non accompagnata dalle vibranti note dei Sigur Rós. Mentre i componenti della band islandese più nota e celebrata al mondo pare si stiano prendendo una pausa per dedicarsi alla loro vita privata, Jón Þor Birgisson ci regala Go, suo secondo disco da solita, ad appena un anno di distanza dall’esperimento ambientale di Riceboy Sleeps, opera interamente strumentale concepita insieme ad Alex Somers, rimasto per l’occasione in veste di coproduttore, unitamente a
Non amo definire in campi precisi l’arte nonostante creda che la creatività della musica sia la più completa. Essa è contenitore di parole che con il loro rimando all’immagine, musicalmente diventano un unicum intrigante ed evocativo come questa compilation. In essa, l’armonia è raggiunta proprio dall’aver animato una musica che non soffre di predominio sulla parola e viceversa. Mi ha colpito al primo ascolto un rock affabulante, resto di questa opinione anche dopo averlo molto ascoltato, è un suggeritore di immagini e possibilità da riflettere su noi stessi, nella soggettività che ci rende irrepetibili con i nostri bagagli di passioni, intese in tutte le accezioni che il termine consente.
A Cuba impazzano Los Aldeanos, contestano la dittatura castrista e radunano duemila persone al cinema Acapulco
Qualcuno non classifica quest’album nel genere progressive italiano e a voler cogliere il pelo nell’uovo non ha poi tutti i torti, ma io voglio farlo lo stesso. I critici del settore possono accampare diverse motivazioni al riguardo, innanzitutto per la composizione del lp, diviso in nove tracce e tutte inferiori ai sei minuti (cosa assai rara per i lavori di quel tempo), poi per la mancanza di un filo conduttore sia nei testi che nella musica ed infine per l’eccessivo indirizzo beat del sound che va ben al di là della componente melodica, tipica del prog italiano.
Ma quale intelligenza?
Quale premura e urgenza c'è a non avere stima di sè?
Faccio di tutto per impedire il mio successo stesso
perchè son contro me stesso.
Perchè ogni vincitore per natura deve dominare
e per forza comandare
e non può nessuno subire
e io mai ti potrei ferire…
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